Il percorso serembiano è dedicato a una figura di primo piano della letteratura albanese, il poeta lirico romantico che portò la sua pena per le vie dell’Italia, della Francia e del Nuovo Mondo. Spinto dal suo spirito inquieto a un continuo vagabondaggio, sempre alla ricerca del mitico fiore azzurro, Giuseppe Serembe rimase fino all’ultimo legato al suo paese d’origine, dove lo richiamavano le memorie dell’infanzia e della giovinezza e dove avrebbe voluto concludere in pace la vita raminga. D’altronde il paesaggio predominante delle sue superstiti poesie albanesi è quello di San Cosmo. I riferimenti a luoghi situati all’interno del paese o visibili da esso sono davvero numerosi. Essi sono stati assunti a costituire le varie tappe del percorso serembiano che si snoda dal Santuario allo spiazzo detto “Sheshi” attraversando le due strade principali parallele e la zona vicina alla chiesa parrocchiale. Viene così assicurato un primo approccio con il poeta, da completare con la lettura in originale o in traduzione delle sue poesie. Per integrare la conoscenza dell’autore e della cultura italo-albanese sono a disposizione del viaggiatore sentimentale il sito Internet del Comune che consente di consultare le opere del e sul Serembe e di ammirare un’ampia selezione di fotografie, la biblioteca della Fondazione De Rada costituita principalmente dal lascito di Girolamo De Rada Junior, l’esposizione delle 53 incisioni di Shpend Bengu illustranti la vita del grande poeta Girolamo de Rada senior, il museo delle Icone, una postazione multimediale idonea a visionare tre DVD: il primo sul rapporto tra il Serembe e il paese natale, il secondo sul significato delle icone, il terzo con la rappresentazione del matrimonio arbëresh. Il percorso è preceduto dalla visita al Santuario che fornisce una piena immersione nella mistica atmosfera orientale propria del rito bizantino, grazie anche alla suggestiva decorazione in mosaico ed affresco. La degustazione di piatti tipici nei ristoranti del posto può degnamente coronare l’incontro con questa piccola ma vitale comunità arbëreshe.
CENNI BIOGRAFICI. Il poeta lirico per eccellenza della letteratura albanese, oltre che per i versi, affascina per la vita errabonda e travagliata. Dopo una breve permanenza nel collegio di Sant’Adriano (San Demetrio Corone) studia da autodidatta. Da un viaggio in Brasile, affrontato speranzosamente verso la metà degli anni 70 dell’Ottocento, torna in misere condizioni e con l’animo provato dalle violenze subite in carcere e in manicomio e dalla perdita dei manoscritti. In una lettera al Camarda il Serembe dà di sé, poco più che trentenne, un ritratto drammatico: “Per terribili castighi avuti da Dio… abbandonai precipitosamente il Brasile per deviare il danno. Ora è troppo tardi… Arrivo [a Livorno] da Nizza a piedi ed in uno stato che fa orrore. Vendei paletot e soprabito per vivere lungo la strada. Sono scalzo perfettamente e morente della fame… Arrossisco, ma la mia sventura non ha limiti. Finirò a scomparire come una meteora vendicandomi di tutti quelli che furono causa della mia rovina”. Così lo descriverà nel 1883 Domenico Milelli: “Avevamo veduto il poeta da lontano per le vie, capellato un Assalonne1, giallo come un brasiliano, con dentro agli occhi una mobilità di luce strana e ce l’avevano accennato come un sognatore di visioni, una specie di Poe o di Nerval calato qui dai vicini suoi monti albanesi”. Perseguitato dalla sventura e dagli uomini, psicologicamente fragile, indifeso di fronte alla malvagità del mondo, innamorato dell’amore, disperatamente religioso, animato da ardente patriottismo nei confronti sia dell’Italia che dell’Albania, estatico contemplatore della natura, inguaribile sognatore spinto dall’inquietudine a un continuo vagare: tale ci appare il poeta dalle testimonianze sue e di altri. La felicità è per lui un lontano ricordo limitato all’infanzia. La latitanza, la malattia e la morte del padre e, subito dopo, l’assassinio, per mano dei briganti, di uno zio, rimasto unico sostegno della famiglia, già dall’adolescenza lo travolgono in un turbine di sofferenze amplificate dal suo animo sensibilissimo e instabile. In vari scritti inoltre egli accenna in termini sibillini a un complotto ordito ai suoi danni dal potere politico e religioso, si sente vittima di un intrigo internazionale. Nel 1883 pubblica a Cosenza il volumetto Poesie italiane e canti originali tradotti dall’albanese. Sempre alla ricerca del riconoscimento delle sue capacità (si considera il più grande poeta albanese), ritorna in America. Nel 1895 è a New York, due anni dopo a Buenos Aires. Di qui passa di nuovo in Brasile, dove improvvisamente, in un giorno imprecisato del 1901, lo coglie la morte. OPERE. Oltre all’opera citata (tutta in italiano), del Serembe ci sono rimasti appena 2.000 versi albanesi. Sicuramente autentici sono i quasi 500 versi ritrovati tra i manoscritti conservati nella Biblioteca reale di Copenaghen e due odi. Il testo albanese della maggior parte delle poesie ci è stato invece tramandato dal nipote Cosmo Serembe (Vjershe, Milano 1926), che non ebbe scrupolo, da provetto interpolatore, di apportare numerose modifiche. Tra le opere perdute ricordiamo una Storia dell’Albania, una traduzione albanese dei Salmi e soprattutto l’immenso poema albanese L’uomo nella scena dell’Universo e al cospetto di Dio.
Un viaggio tra storia, cultura e poesia nel cuore dell'Arbëria